In un mondo costruito sull’ipocrisia parlare di sincerità risulterebbe falso, come si fa a intavolare un discorso su di un sentimento che potrebbe sembrare raro o mascherato d’opportunismo?
La purezza dei cuori, la schiettezza, l’assoluta verità sono manifestazioni umane privilegiate o appartengono a quelle categorie di persone che a spada tratta difendono le loro idee e si attengono ai loro canoni e al loro stile di vita che mai e poi mai abbandonerebbero per strada?
Esiste il camaleonte, colui che tira l’acqua al suo mulino, il voltagabbana che si adegua alla corrente del momento, dove soffia egli va e s’aggira come uno sciocco pavone la cui ruota si colora a seconda del firmamento. L’opportunista non persegue la verità, cerca solo falsi plausi con sorrisi e smancerie di circostanza, pronto a ferire se ne capita l’occasione. Quante categorie di opportunisti conosciamo? Ce ne sono in ogni campo, dal lavoro alla scuola, dalla famiglia alle amicizie, dagli affetti e ancora, ancora. Il camaleonte non sa lottare, la verità brucia ed è difficile da esternare: la verità costa fatica. Osserviamo il volto del camaleonte, il sorrisino di accondiscendenza è stampato sulla sua faccia, incensa e adula con manifesta soddisfazione per entrare nelle grazie di chicchessia.
Il sincero è chi non teme la verità e l’affronta a viso aperto: la sua dottrina è fondata sulla veridicità. Il sincero, il puro, lo schietto, non si scoraggia e crede nel suo modo di pensare, non potrebbe diversamente: egli non sa mentire. Il cuore del sincero non conosce l’ipocrisia e quando ama, dona se stesso con spontaneità che giunge al cuore. Il sincero si prodiga per il bene ed anche quando la sua verità non vuole essere udita, perché fastidiosa, alla fine quella verità sarà apprezzata e considerata. Valgono più gli amici che sanno ascoltare la verità, rispetto a coloro che desiderano la finzione. Ernest Hemingway sosteneva: “Preferisco un amico sincero alla gran parte degli amici che ho conosciuto!” Se nella nostra vita non incontreremo un solo amico sincero, ci sentiremo relegati in un isolamento interiore, Francis Bacon affermava: “La peggiore solitudine è essere privi di un’amicizia sincera”.
Il cicalino partiva in sordina e diveniva sempre più insistente. “Dlin-dlin, dlin-dlin”, un suono in crescita martellante si diffondeva nella casa alle sei e quindici in punto. Ogni giorno stesso rituale e Federica controvoglia si poneva a sedere sul letto, senza aprire gli occhi spostava i piedi per infilarli nelle pantofole che faticava a trovare: ogni sera le lasciava scompostamente. Giungeva confusa in cucina e restava al buio, le dava fastidio la luce della plafoniera, preferiva muoversi con quei pochi riflessi di luce proveniente dalla strada; abitava a un primo piano e attraverso le fessure delle tapparelle la casa s'illuminava lievemente. Erano sempre quei cinque minuti di primo mattino a farle desiderare la casa in penombra; poi Federica prendeva vigore e tornava alla realtà, ma in quei cinque minuti niente e nessuno doveva disturbarla, neanche Fede, il marito.
Era proprio strana la vita! Aveva fatto incontrare due persone con lo stesso nome, avevano anche sorriso quando s’erano presentati.
“Federica – Federico. No!” esclamarono all’unisono.
Lei accorciò a lui il nome, in quel simpatico diminutivo. La loro era un’unione scandita dall’amore e dagli scherzi di lui che le rallegrava
l’esistenza, mai banale, movimentandola con quei momenti felici e spensierati.
Quando Federica quella mattina cominciò a connettere, si rese conto che non erano le sei e quindici, bensì le sette in punto; adirata rivolse il pensiero al caro marito buontempone e fra i denti borbottò: “Quando torni, te la farò pagare!” Fede era fuori sede per un congresso: era un medico.
Come una forsennata si lavò velocemente: il tratto che la separava dall’ospedale era lungo e non le piaceva giungere in ritardo; come medico del reparto gradiva dare il buon esempio ed era sempre giunta in perfetto orario, non avrebbe voluto che mettessero in giro false voci sulle sue paturnie di comodo: aveva ottenuto il lavoro per meriti e non perché moglie del primario.
Federica sbatté la porta di casa con rabbia e scese velocemente le scale, quella mattina anche l’ascensore le dava buca, era bloccato al piano superiore. Entrò in auto e partì velocemente, nonostante la pioggia battente avesse reso le strade poco praticabili. Percorse la città superando i limiti di velocità consentiti.
“Sarò multata per eccesso di velocità!” si disse “La giornata è cominciata male e prosegue male, tutto a causa tua, stupido uomo!”imprecò “E rischio anche un incidente!”
Stava per giungere in ospedale, quando si accorse che un assembramento di persone e auto bloccavano la strada, era il tratto che immetteva al ponte, quel vetusto ponte non ancora ammodernato. Federica accostò, scese dall’auto per rendersi conto del motivo dello sbarramento, mentre la pioggia implacabile scrosciava fittamente. Tutta l’ansia accumulata lasciò il posto allo stupore e allo sconcerto, il ponte era crollato e sotto di esso s'intravedevano auto schiacciate, macerie, fango, corpi di persone, e si udivano lamenti, urla. Sopraggiunsero i vigili, la polizia e le ambulanze, era uno spettacolo irreale. Lei si fece largo e a un poliziotto annunciò: “Sono un medico!” Prestò i primi soccorsi ed entrò in ambulanza, trascorse l'intera giornata in ospedale: fortunatamente tanti erano stati tratti in salvo e assistiti egregiamente, l’unico deceduto era il giovane sul motorino.
Fede aprì la porta di casa con circospezione: si aspettava una sfuriata da sua moglie; lui, quando lei s’inalberava, amava farsi perdonare, cingendola per la vita e baciandola con passione. Era un medico a contatto con le tristi realtà, ma nel quotidiano tendeva a sdrammatizzare, proprio per addolcire l’esistenza così preziosa.
La cercò e la trovò appisolata sul divano, si accostò e delicatamente le sfiorò la guancia con un bacio; lei, diversamente dalle altre volte, gli saltò al collo e lo strinse con trasporto.
“Amore, grazie, il tuo scherzo mi ha salvato la vita!” rivelò con emozione.
Federica aveva appreso che la tragedia si era verificata alla stessa ora in cui lei sistematicamente percorreva il ponte ogni mattina.
Conosco Daria Bignardi, come la conoscete anche voi, è sullo schermo televisivo in qualità di conduttrice e giornalista, inoltre è autrice degli stessi programmi televisivi. Un giorno m'imbatto, navigando in rete, nel suo blog e scopro che ha pubblicato un libro dal titolo: “Non vi lascerò orfani”, ne sono incuriosita e l’ho acquistato. E’ un romanzo incentrato sulla scomparsa della protagonista, Giannarosa, madre di Daria, donna apprensiva e istintiva che nel 1944 incontrerà l’uomo della sua vita, Ludovico Bignardi, un uomo che per quanto farà il galante con le donne, sarà molto legato alla famiglia e amerà profondamente le sue figlie, Donatella, la maggiore, e Daria, la piccina. Delicati flash-back ci portano a conoscenza delle vicende della famiglia Bignardi al completo, per cui si snodano anche i ricordi intrecciati ai legami familiari, alcuni di loro sono personaggi importanti, fra i quali uno zio santo.
La narrazione comincia con la morte di Giannarosa, morte che Daria vive con sentita partecipazione e che nostalgicamente le fa tornare alla mente tutti i momenti vissuti con la mamma. L’autrice rammenta le ossessive ansie materne che non si placano neanche quando lei adulta e sposata diviene madre di due splendidi bambini.
Daria con la sua professione di giornalista ha girato il mondo, è stata in posti lontanissimi e continua a farlo, ma quando viveva la madre, era costretta ai tempi in cui non c’era il cellulare, a cercare una cabina telefonica e mettersi in contatto con lei: il solo pensiero che la madre stesse aspettando la telefonata le creava preoccupazione.
Questo è un argomento che mi tocca da vicino, anch’io ho avuto una mamma così, conosco il problema e l’ho vissuto allo stesso modo: si scatena una sorta di dipendenza psicologica ansiosa che disturba le giornate. Daria dice: “Avrei dovuto non assecondarla, forse sarebbe stato diverso!”, non credo: chi è ansioso non trova pace, è il suo modo d’amare.
La narrazione mette in risalto la passione di Daria per i cimiteri e l’autrice racconta del suo girovagare fra le tombe da ragazzina e poi anche da adulta, tant’è che una lapide recante un epitaffio le resta nella memoria e sarà proprio quella scritta il titolo del suo romanzo.
La vita familiare dei Bignardi è quella tipica di più di trent’anni fa, di quando alla sera ci si riuniva intorno al video per assistere tutti insieme ai programmi televisivi; nei ricordi di Daria c’è quello del gatto di casa che immancabilmente si poneva sul televisore come spettatore sonnolento, inducendo la famiglia ad incitarlo: “Micione, la coda!”. Infatti la coda del gatto pendeva sullo schermo tant’è che il tecnico televisivo, chiamato in seguito ad un guasto dell’apparecchio, troverà all’interno dello stesso un grosso gomito di peli.
Giannarosa è una madre e una moglie ansiosa, ma anche una donna che per il matrimonio non riesce a laurearsi in lettere, nonostante abbia preparato una tesi eccellente, poi esaminata da Daria che la ritrova fra le sue carte. Giannarosa diviene solo una maestra per cinquantasei bambini analfabeti e presumibilmente nel tempo continuerà a covare un’insoddisfazione di fondo.
Il romanzo è scandito dal ripercorrere a ritroso il rapporto madre-figlia, un rapporto non facile, ma improntato sui sentimenti celati che porteranno Daria a sentirsi in colpa per non essere stata più presente ed espansiva. Il libro nella sua scorrevolezza offre uno spaccato di vita ironico, divertente e amorevole pennellato qua e là da un lessico familiare personale e intimo davvero interessante.
Amico solidale che hai percorso il mio cammino e mi hai sostenuto con la tua forza; amico e compagno di viaggio che mi hai afferrato la mano non stancandoti di porgermi la tua; amico dal volto luminoso e bonario, amico temerario sempre pronto a rialzarmi e a sostenermi, amico… semplicemente amico.
Tutto ci scivola addosso come atto dovuto, crediamo d’essere invincibili e ci consideriamo unici e inossidabili. Siamo fieri del nostro esistere e nella nostra convinzione presumiamo di bastare a noi stessi.
In fin dei conti cos’è la vita, essa ci appartiene e gli eventi negativi non ci interessano, il nostro orizzonte è diverso, queste sono le nostre certezze. Ma le foschie sono in agguato, si addensano improvvise, tramutandosi in nebbie fitte, la visibilità manca e la via è incerta. Il percorso non è praticabile, allora ci si lascia andare all’attesa estenuante di una schiarita miracolosa o di una tempesta che spazzi via ogni cosa. Il destino è segnato, l’ineluttabile sta per compiersi e appare lui, il benigno, il soccorritore dal volto magnanimo, l’indefessa creatura. L’amico non cercato, appare come uno sprazzo di luce, dapprima fioca, poi più visibile. Ci indica la strada, ci incoraggia, ci sostiene, si prodiga e dà una smossa alla nostra esistenza che non avremmo pensato fosse così fragile.
Non l’abbiamo cercato, eppure si è mostrato anche se immeritevoli, e nella tormenta gli abbiamo porto la mano, è stato un’ancora di salvataggio, una fune soccorritrice, lentamente la nostra cagionevolezza ha lasciato il posto alla risolutezza. Lui non si è arreso e ha combattuto con noi, spronandoci, ammonendoci con la minaccia d’abbandono.
Quante malattie hanno una risoluzione positiva con lo sprone costante di un’anima disponibile? Quante situazioni evolvono favorevolmente con la vicinanza di chi regala la sua compagnia? Una pianta avvizzita dalla mancanza d’acqua riprenderà il suo vigore con il liquido vitale, così l’uomo preso per mano nel momento del bisogno avrà più possibilità di rialzarsi, colui che l’aiuterà accumulerà tesori nel cielo.
Parliamo sempre della malvagità umana, della sua crudeltà, ma esiste un esercito di anime buone, di angeli soccorritori che operano e si prodigano senza nulla chiedere. Guardiamo a queste persone speciali e se possiamo… pensiamoci: accumuleremo anche noi tesori nel cielo.
C’eravamo stati varie volte, era lo stesso angolo di paradiso che ci aveva visto insieme un famoso giorno in cui avevamo deciso di unire le nostre vite. Da quel giorno eravamo ritornati, come se avessimo dovuto ripercorrere un itinerario già collaudato e che volevamo ritrovare per quella magia tutta speciale.
La natura si offriva generosa e dall’alto del colle miravamo le maestose scogliere dove i flutti tempestosi s’infrangevano schiumosi, mentre il sibilo del vento autunnale spostava l’ultimi sprazzi della foschia mattutina. Pier Paolo mi afferrò la mano amorevolmente e mi guidò attraverso la stradina acciottolata: gli piaceva essere a contatto con la bianca scogliera per respirare l’aria iodata che gli dilatava i polmoni, ossigenandoli.
“E’ sempre bellissimo!” sussurrò “Si è lontani dalle angustie della vita, dal suo squallore!” soggiunse rammaricato.
Era il mio uomo e lo amavo, ma sapevamo entrambi che quella sarebbe stata l’ultima volta per noi e che la magia di quel luogo non l’avremmo più vissuta.
Tutto era cominciato per un’esigenza, una fottutissima esigenza che aveva steso le sue maglie e stava per chiudere il laccio sulla nostra esistenza. Avremmo potuto fare il grande passo, prendere l’ardire e liberarci dal giogo divenuto pesante, ma non ce la facevano: non eravamo soli al mondo e le minacce si erano affacciate, come un boia dall’accetta affilata.
Ci piaceva quella casa nel borgo antico, era talmente pittoresca con la scala a chiocciola arabescata in ferro battuto, la zona notte al piano superiore, e l’abbaino con la vetrata a cupola. Non possedevamo tutta la somma e un amico fidato ci consigliò uno stimato professionista e perorò la nostra causa: avremmo risarcito la somma in breve tempo, era irrisoria, il benefattore comprensivo avrebbe atteso. Come facemmo a non capire che era tutto uno stratagemma per avvilupparci e per estorcerci altro denaro, la somma crebbe a dismisura, non reggevamo il ritmo. La disperazione fu la nostra compagna ed eravamo costretti a fingere per il benessere dei nostri figli, due adorabili adolescenti in crescita, la cui età è talmente vulnerabile.
Eravamo felici, avevamo realizzato il nostro sogno e con i nostri stipendi d'insegnanti avremmo saldato il debito: ne era valsa la pena, la casa era a nostra immagine e somiglianza. I ragazzi erano entusiasti: avevano i loro spazi, le camere si prestavano a zona-palestra e angolo della musica, risuonavano di voci giovanili quelle mura, è bello permettere ai figli di ricevere tanti amici.
“Il doppio della rata, mi devi!” disse una mattina lo scagnozzo del viscido finanziatore. Ero andata io all’appuntamento. Rimasi annichilita, non mi aspettavo tale richiesta. A nulla valsero le nostre motivazioni e le pretese divennero più pressanti, se non avessimo adempiuto, tutto si sarebbe ritorto contro i nostri amati figli, avevo già ricevuto minacce di morte.
“Dobbiamo farlo, cara.” mi ricordò avvilito Pier Paolo “Non abbiamo via d’uscita. Tutti insieme per sempre!”
Era una domenica mattina, prospettammo una gita fuori porta e docili ed euforici i ragazzi ci seguirono in macchina, sarebbe stato facile, un volo dal cavalcavia, un volo per l’eternità.
“Mamma, il papà di Flavio è stato licenziato, era l’unico a lavorare!” mi confidò mio figlio. Eravamo in auto da poco, era il luogo perfetto per le confidenze, a casa non ci incontra, il tempo libero è assorbito dagli impegni.
“Mi spiace davvero” risposi, conservando ancora un po’ d’attenzione alla realtà. “Come faranno?” soggiunsi.
“Loro sono una famiglia che non si scoraggia, cambieranno città. Non importa, perderò il mio migliore amico, ma ci terremo in contatto!”
Fu quella l’occasione, il guizzo, la forza: la disperazione lasciò il posto alla volontà, alla determinazione. Avremmo lottato, l’avremmo denunciato, avremmo chiesto una protezione, saremmo vissuti momentaneamente in incognita, magari in un luogo fuori dal mondo, avremmo, avremmo… tutto questo avremmo fatto: la vita non si sopprime a chi l’hai donata, la vita non ci appartiene. Guardai il mio uomo e compresi che non l’avevo sostenuto abbastanza, toccava a me prendere una decisione.
“Pier Paolo, accosta l’auto, voglio guidare anch’io!” annunciai con gioia, stavo per donare a tutti la continuità.
La luce filtrava attraverso le imposte, le accarezzò le palpebre pesanti e la indusse ad aprire lentamente gli occhi. Stancamente si voltò dall’altra parte, aveva ancora voglia di dormire: il giorno precedente aveva vissuto una giornata sfibrante e ora era in quella stanza di un anonimo albergo di periferia.
Lara aveva incontrato Mattia e il suo mondo aveva cambiato veste, abbandonando il paltò invernale grigio antracite. Mattia era il non plus ultra dei desideri femminili: era affascinante, colto, galante, affabulatore e… sensuale. “Dio, quanto era sensuale!”, pensò Lara quella sera che lo incontrò a casa di amici in un’occasione particolare. Lara aveva accettato quell’invito per evadere dal suo solito tran-tran nel quale si era rifugiata volutamente, dopo la delusione d’amore, cinque anni di fidanzamento terminati in seguito all’ennesima immotivata scena di gelosia di lui che le soffocava l’esistenza con assurde paranoie.
Mattia monopolizzò la conversazione con la sua parlantina sciolta e accattivante, volgeva lo sguardo a tutti meno che a Lara la quale, anche essendone affascinata, finse un atteggiamento noncurante.
La serata era terminata e ciascuno si diresse alla propria auto per rientrare a casa, la pioggia battente creò qualche disagio: li aveva colti impreparati e ci fu un fuggi-fuggi generale, alcuni avevano le auto distanti.
Lara aveva l’auto nei pressi del portone ed entrò soddisfatta: aveva salvato i capelli acconciati di fresco, la sua bellissima chioma corvina che brillava anche alla luce dei lampioni. L’accensione non andava, due, tre, quattro colpi di chiave, l’auto sbuffava e poi si bloccava.
“Come faccio, ora? Forse dovrei telefonare al soccorso stradale, a quest’ora non c’è nessuno reperibile!” mormorò a fior di labbra, aveva quell’abitudine di proferire le parole a voce come se qualcuno l’ascoltasse.
Un colpo di clacson la distolse dai suoi pensieri e riconobbe il fascinoso che aveva monopolizzato la serata.
Lo vide scendere dalla sua auto e venire verso di lei, mentre si riparava la testa con il bavero della giacca.
“Problemi?” disse lui sorridendole con gli occhi, come per tranquillizzarla.
Nacque così la conoscenza ravvicinata dei due giovani, una conoscenza che divenne una relazione importante per entrambi, così sembrava, e Lara recuperò la sua anima tante volte oltraggiata dai dubbi e dalle incertezze del precedente fidanzato. Vissero giorni divini in simbiosi totale, lui si trasferì da lei e s’incontravano alla sera: i lavori li impegnavano tutto il giorno, ambedue erano fuori di casa. Lara era maestra elementare in una scuola di provincia e con il tempo prolungato era occupata tutto il giorno, mentre Mattia faceva l’agente di commercio, quindi partiva al mattino presto per rientrare verso l’ora di cena. Non c’erano nubi all’orizzonte e facevano già progetti di voler sancire l’unione con il vincolo nuziale.
“Amore, devo parlarti” disse Mattia una domenica mattina, mancava poco alla fine dell’anno scolastico e avevano in mente vacanze speciali, questa sarebbe stata la prima per loro.
“Ti ascolto, se si tratta di quell’itinerario, sono d’accordo, tutto mi va bene se sono con te!”sospirò lei in un soffio a fior di labbra, mentre gli si stringeva sensuale e dolcissima.
“Sono rimasto senza lavoro, è già da tanto, non osavo dirtelo. Questa città mi ha stufato, non ce la faccio più, andiamocene cara, trasferiamoci a Milano, lì c’è un amico che mi ha promesso un lavoro migliore, più tranquillo. Tu potrai chiedere il trasferimento.”
Lara accettò la proposta del suo uomo e si trasferirono, ma del presunto lavoro neanche l’ombra, Mattia si mise alla ricerca di un’occupazione, mentre la ragazza fiduciosa si occupava del nuovo nido con gioia.
“Tesoro, c’è un’interessante proposta – Cercasi coppia con l'incarico di custodi per villa prestigiosa, si richiedono ottime referenze e professionalità – vogliono una coppia, come faccio?” esordì Mattia con l’aria più angelica di questo mondo.
“Vengo anch’io, caro. Siamo o non siamo una coppia?” cantilenò Lara felice.
“Il tuo lavoro di insegnante? Stai per ricevere la nuova destinazione!”
“Rinuncio e ti seguo, tutto per farti felice!”
Furono assunti, Lara si occupava delle pulizie, coadiuvata da altro personale, e Mattia faceva l’aiutante giardiniere. Fu loro assegnata la dependance della maestosa villa, completamente arredata, tutto scorreva per il meglio: il lavoro non era poi così pesante ed avevano una discreta retribuzione al netto di spese.
Lara faceva progetti e non le pesava aver rinunciato alla sua professione, per lei contava l’amore del suo uomo. Mattia era invece insofferente: anche Milano non entrava nelle sue corde, il lavoro era faticoso per lui e poco consono alle sue attitudini.
“Dobbiamo tornare nella nostra città, non resisto più qui, siamo entrambi sprecati!” urlò una mattina “Prepara i bagagli!”
“Che farai? Il lavoro scarseggia!” esclamò Lara non più paziente: la fiducia per lui stava franando.
“Vedrai, sarà diverso, ho sbagliato; nella nostra terra le cose andranno meglio!”
Tornarono a casa e Lara mossa a compassione, si rivolse a sua sorella, perorò la causa di Mattia, chiedendole di cercargli un lavoro: la sorella di Lara era stimata nel suo ambito professionale.
Le nubi parevano dissolte, il rapporto recuperò l’antico vigore, lui lavorava alla sala macchine di un’azienda come controllore e Lara s'impiegò in un supermercato, affrontando turni massacranti che non le pesavano per via del suo carattere pronto a qualunque sacrificio.
Mattia era nuovamente scostante e di pessimo umore, mentre Lara nonostante fosse stanca, quando rientrava, dimenticava tutto e solare e gioiosa cercava il suo uomo per tirarlo su di morale, credendo che avesse avuto problemi sul lavoro.
“Sono allo stremo!” sbottò quella mattina Mattia più scontroso che mai “Mi licenzio! Non posso passare le mie giornate a spegnere ed accendere pulsanti, mi sento un automa!”
“Tu fallo ed io esco da quella porta per sempre!” rammentò Lara.
Mattia si licenziò, ignorando l’avvertimento e quando tornò a casa sarcastico la informò: “Sono libero, finalmente!”
“Anch’io!” urlò Lara e si recò in camera a preparare i suoi bagagli. Era sulla porta, quando fu richiamata da Mattia, lei si voltò: la sua voce la turbava ancora come quella famosa sera.
“Come si accende la lavatrice?” proferì distaccato.
"La ballata di Iza" di Magda Szabò
Una cara amica di rete, Maria - alias - “Dalloway” , raffinata lettrice e scrittrice di post arguti e dotti mi ha consigliato di leggere le opere di Madga Szabò, considerata tra le più importanti scrittrici ungheresi, autrice di romanzi di successo, drammi e raccolte di poesie. Ringrazio Maria per avermi indicato questa scrittrice dalla penna delicata e coinvolgente, alla quale è difficile sottrarsi.
Il libro, scritto nei primi anni sessanta, racconta la storia dell’allontanamento dal proprio luogo d’origine di un’anziana vedova che accetta la proposta di trasferirsi dalla figlia. Si snoda la vicenda di Etelka che la scrittrice chiama vecchia, ecco questo termine ricorre spesso, non un cenno al suo nome che compare verso la fine della vicenda, ma un reiterare “la vecchia”. Comunque tralasciando questo particolare che mi ha colpito, la storia è fruibile dalla prima pagina grazie alla bravura della scrittrice ungherese che in una scorrevolezza espressiva cattura l’interesse del lettore, evidenziando superbamente il lato psicologico dei protagonisti, scandagliando la loro anima in un ritmo incalzante di sensazioni. Ogni personaggio è unico e potrebbe essere il protagonista assoluto.
Il romanzo apre con la vicenda della morte di Vince, giudice destituito per non aver ossequiato il regime e poi riabilitato, padre di Iza, dottoressa molto zelante, appassionata della sua professione alla quale riserva buona parte del suo tempo. Subito entra in scena Etelka, madre di Iza, che ormai rimasta sola subisce lo sradicamento dalla sua casa e dalla sua cittadina ad opera della figlia che le organizza ogni cosa portandola con sé nella capitale ungherese, dove lei svolge la professione di medico.
Etelka si trova così a vivere una non-esistenza, in un mondo estraneo senza stimoli e lontana dai suoi interessi, ma soprattutto obbligata a subire in completa passività un altro stile di vita, non riuscendo a comunicare con sua figlia che si ostina nel suo atteggiamento di incomprensione delle necessità materne.
Etelka troverà la pace quando tornerà per sempre al suo paese per la posa della lapide sepolcrale del marito, nel suo amato borgo sentirà la vicinanza spirituale del coniuge scomparso, come non lo aveva mai sentito a casa di Iza.
Ecco su questo vorrei soffermarmi, una persona anziana può superare un cambiamento così radicale? Può improvvisamente integrarsi in un’altra vita? La vita di una coppia si consolida negli anni a tal punto che, se fosse smembrata in seguito alla morte di uno dei due, sarebbe poi difficile una collocazione adeguata: in vecchiaia gli adattamenti sono più ardui e il più delle volte il sopravvissuto muore subito dopo, ciò che accadrà infatti ad Etelka.
Il libro si intitola la ballata di Iza perché c’è una ballata che Iza non sopporta e che piace invece a suo padre e al suo ex marito, perché la cantavano nel collegio dove entrambi avevano studiato in tempi diversi. A Iza non piace perché non vuole commuoversi: in seguito agli accadimenti del padre giudice integerrimo, si era costruita da bambina una corazza che l’aiutò a superare il periodo difficile, durato ventitré anni; periodo fatto di povertà ed emarginazioni.
La storia è ambientata in Ungheria e ci porta a conoscere la società ungherese post-staliniana in un fluire di descrizioni anche degli ambienti, il tutto affrescato dalla delicata penna di Magda Szabò, una scrittrice profonda e incisiva che fa parlare le pagine del libro, coinvolgendo il lettore sino all’ultima riga.

Come stride questo termine, il solo pronunciarlo fa accapponare la pelle, il poi espletarlo rende uguali alle bestie. Mi soffermo su questo termine: sempre più spesso se ne sente parlare e il raccapriccio mi pervade.
Quante atrocità sono commesse? Quante azioni crudeli e disumane sono perpetrate ai danni di innocenti?
Le vittime del terrorismo – gente comune, civili colti nel momento delle loro abituali quotidianità, lavoratori, studenti, passanti che si trovano nel luogo del misfatto per pura fatalità; persone che non ne sanno nulla delle idee malsane di fanatici amanti del caos i quali si esprimono collocando bombe o facendosi loro stessi bombe umane. Fanatici che non conoscono l’uso della parola e credono di risolvere tutto con la morte procurata.
Le atrocità belliche – massacri di militari, di civili, uomini, donne e bambini, crimini talmente esecrabili compiuti da folli e mercenari che mai avrebbero dovuto avere sembianze umane.
Le atrocità sessuali – donne violentate nel fisico e derubate della loro anima; donne sottomesse ai voleri dell’uomo e costrette a prostituirsi; donne vittime di abusi sessuali e condannate all’esilio e al nascondimento, lontane dal mondo e relegate in una prigione in attesa del loro stupratore.
Le atrocità commesse ai bambini – creature che già alla nascita finiscono nel sacco della spazzatura, creature che crescendo subiscono un trattamento atroce e disumano. Bambini stuprati e assoggettati ai voleri dell’uomo, bambini ceduti in cambio di denaro, bambini uccisi per espiantarne i loro organi; bambini adoperati nel mondo del lavoro come fossero adulti, bambini privati della loro infanzia.
BASTA!
Mi fa troppo male e mi spiace di tediarvi, ma ascoltando la notizia dell’altro giorno di una signora uccisa nella sua casa e privata delle mani, mi son detta: “Perché il macabro è divenuto normale? Sono tutti folli o sono tutti bestie? Che cosa sta accadendo al genere umano? Agli albori della storia l’uomo non aveva affinato le sue qualità intrinseche e si comportava selvaggiamente, poi nel corso dei millenni e via-via fino ai tempi nostri ha dato un valore al rispetto, all’amore reciproco, alla cultura della famiglia, ma nonostante la conoscenza e la sensibilità acquisita, ancora la gente oltrepassa il confine del lecito per sconfinare nel turpe, nell’orrido, nel raccapricciante… l’uomo ancora non controlla l’altra parte del suo cervello, quello istintivo tipico delle bestie, l’uomo non ha ancora un cuore!
Un tempo, quando la tecnologia non aveva fatto il suo ingresso in tutte le case, la giornata era scandita dal lavoro e da un buon libro, chi poteva procurarselo non bramava altro. Il momento più bello era quell’accomodarsi in un cantuccio e immergersi fra le pagine di un libro, dimenticando ogni cosa e navigando sulle onde delle storie vere o romanzate. Era come andare a teatro e prenotare una poltrona in prima fila, ove recitavano gli attori con le fattezze che il lettore immaginava. I libri imperavano e brillavano, tanta gente si nutriva di quelle storie, arricchendo il suo bagaglio culturale.
Immagino i tempi passati e le lanterne o le bugie poste su un ripiano, nella penombra della camera la fioca luce si rifletteva sulle pagine del libro in un silenzio religioso che induceva alla concentrazione. Anche con l’avvento della luce elettrica la suggestiva atmosfera delle camere di lettura continuò ad esercitare la sua malia e chi non poteva acquistare il desiderato libro se lo procurava in biblioteca o da un conoscente meno indigente. Era un passa mano prezioso tanto atteso e sperato, era il momento della rappresentazione che prendeva vita attraverso le pagine del libro.
La gente non aveva denari a sufficienza e scarsa cultura, eppure conosceva le storie di autori classici risonanti, nonostante sapessero solo leggere e scrivere, avendo seguito semplici studi di scuola elementare, si beavano con “Guerra e Pace” di Tolstoj, “I Fratelli Karamàzov” di Dostoevskij, “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen e leggevano anche la “Divina commedia” di Dante e i “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e altro ancora.
Nelle case comuni i libri erano stipati nelle cassapanche che divenivano forzieri pregiati di erudite storie letterarie, poche abitazioni avevano i libri esposti sulle librerie non ancora di dominio pubblico.
Purtroppo la tecnologia fa il suo ingresso e lentamente muove i suoi tentacoli, impossessandosi delle abitazioni dove compaiono televisori bianco e nero, poi soppiantati da apparecchi con schermi a colori sempre più all’avanguardia e super accessoriati. I programmi televisivi partiti in sordina nel corso degli anni riempiono tutto l’arco della giornata, il boom televisivo raggiunge tutti i luoghi.
Stupende librerie arredano le case, ce ne sono di diversi generi, in stile, ultra moderne e funzionali, in bella mostra occhieggiano libri di differenti argomenti, ma giacciono sui ripiani delle mensole come inanimata oggettistica d’arredo, sonnecchiando in attesa d’essere destati. Ora c’è l’istruzione, si polemizza per ogni cosa, si disquisisce, ma “essi” giacciono e attendono che il lettore li consideri e li prenda non per osservarne la copertina e la brossura distrattamente, ma per assaporarli nel contenuto.
Abbiamo un popolo di scrittori, ma di pochi lettori.
La lettura è arricchimento dello spirito, è fantasia, conoscenza, apertura mentale; la lettura è complemento dell’istruzione che inaridirebbe a lungo andare; la lettura stimola, perfeziona, informa. La lettura è una compagna fedele sempre pronta in ogni luogo: un libro occupa poco spazio e non necessita di apparecchiature sofisticate. La lettura ci porta negli spazi aperti donandoci il suo sapere che non ha tempo: il libro non invecchia, ma s'impreziosisce nel corso degli anni, la polvere e il deterioramento non intaccheranno mai la sua essenza imperitura.